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Cannucciato: dalla tradizione al futuro sostenibile

Mudhif in cannucciato palustre - Archingreen
La canna di palude, Phragmites australis, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Poacee. Spontanea e cosmopolita (abita tutti i continenti escluso l’Antartide) svolge un importante compito di regolazione dell’ecosistema, con diverse azioni svolte da tutte le parti che la compongono, dal rizoma al ciuffo, e contribuisce alla biodiversità dell’habitat.
 
Viene raccolta dall’uomo e utilizzata come materiale da costruzione fin dal paleolitico, in pratica fin da quando l’uomo ha iniziato a costruire case, in ogni luogo e cultura in cui questa era disponibile. Generalmente è stata utilizzata per la copertura di tetti, pavimento e di strutture portanti realizzate in legno, mattoni, pietra o terra battuta o in costruzioni in cui le canne sono tenute insieme tramite corde
Mudhif in canna palustre - Archingreen

Tra il Tigri e l'Eufrate

Un caso particolare in cui la canna palustre viene utilizzata come struttura portante è quello sviluppato dalle popolazioni delle aree paludose del sud e dell’est dell’Iraq, tra il Tigri e l’Eufrate, conosciuti come Arab al-Ahwar, "arabi delle paludi".
 
Le loro costruzioni sfruttano la naturale flessibilità della canna palustre sotto carico, che consente di modellarla ad arco. Lo spazio abitabile viene realizzato conficcando direttamente nel terreno fasci di canne. 
Le canne più spesse vengono legate insieme per formare colonne curve, successivamente unite a creare archi consecutivi che compongono l’ossatura principale. Fasci di canne più sottili, posizionati longitudinalmente tra gli archi, formano l’involucro dell’edificio. 
L’intera struttura viene poi rivestita con stuoie intrecciate che, grazie a trame particolari, garantiscono ventilazione e illuminazione naturale. 
 
Questa tecnica è stata adottata per costruire grandi edifici pubblici chiamati mudhif, utilizzati per celebrazioni come matrimoni e funerali, ma anche per abitazioni private.
casoni veneti cannucciato - Archingreen

I casoni

Le costruzioni in canna palustre più significative sul territorio italiano sono i casoni, le case dei pescatori, diffuse principalmente nelle aree del Delta del Po, nelle lagune del Veneto e del Friuli, e in Emilia Romagna. 
Le origini del casone, di cui esistono ancora numerosi esempi,  risalgono al periodo tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. 
I casoni hanno una pianta rettangolare con un unico ambiente e una copertura a due falde; la larghezza e l’altezza hanno le stesse dimensioni, pari al doppio della lunghezza. 
 
La struttura portante in legno (essenze locali come il salice e il pioppo) è composta da montanti verticali, correnti orizzontali e diagonali, e un graticciato per sostenere il tetto. 
I fasci di canne, legati con fibre vegetali o, in epoca più recente, con corde o fili di ferro, venivano disposti in modo da creare una copertura esterna efficace contro le intemperie, il caldo e il freddo e che permetteva la traspirabilità e la fuoriuscita del fumo (nelle versioni più antiche dei casoni non era presente il camino).
 
Da questo sfruttamento della canna palustre per le attività costruttive umane, fin dall’antichità ha tratto vantaggio anche l’ambiente: la mietitura stagionale dei canneti infatti favorisce una crescita più ordinata ed evita l’accumulo di vegetazione morta, che a lungo andare può provocare l’interramento delle zone umide, la scomparsa di questo habitat e della sua biodiversità.
Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo, per avere esistenza.[...]
Nelle paludi la strada asfaltata serpeggia a livello dell’acqua, su una variegata superficie di chiazze immobili e nerastre. Lunghe linee di mota nera formano cordoni di arginamento. E lì ci sono i bacini per le anguille. Intorno qualche vecchissima casa bassa, tetto di canne, tramagli sparsi attorno, e dovunque questo paesaggio di mota sotto un cielo che tende al cupo. [...]
 
Gianni Celati 
Verso la foce 
casoni veneti - Archingreen
casoni - Archingreen
canna paustre e biodiversità
cannucciato bioedilizia - Archingreen

Canna di palude e biodiversità

La Phragmites australis è una graminacea che può raggiungere un’altezza di 2-4 metri, anche 6 metri nei climi più caldi. Ha fusti flessibili con un diametro compreso tra 1 e 3 cm, foglie decidue di colore blu-verde alternate e lanceolate larghe 1-5 cm e lunghe fino a 50 cm. L’infiorescenza a pannocchia, lunga circa 40 cm, presenta spighe piumose e brunastre che fioriscono tra agosto e novembre.
 
Vive in terreni umidi, acqua dolce o leggermente salmastra, dove grazie ai suoi rizomi nodosi svolge un ruolo di stabilizzazione delle sponde. La pianta fornisce inoltre protezione dal vento, dall’erosione e dal sole, creando aree ombreggiate che favoriscono lo sviluppo di specie animali e vegetali e la nidificazione di uccelli. In Italia si trova principalmente nella zona del Delta del Po, lungo la costa Adriatica e in Maremma. 
 
La canna palustre svolge anche un importante ruolo nella fitodepurazione. Le parti sommerse della pianta (fusto e rizoma) ospitano biofilm di organismi che trattengono particelle inquinanti e trasformano sostanze nocive come azoto e fosforo. I fusti aumentano la turbolenza dell’acqua, favorendo la sedimentazione delle particelle inquinanti. Le foglie riducono la temperatura dell’acqua, limitando la proliferazione di alghe.
 
 

Nella bioedilizia

La canna palustre è un materiale da riscoprire anche perché presenta caratteristiche uniche e vantaggiose per il nostro benessere abitativo.
 
La parte della pianta utilizzata nell’edilizia è il fusto, ricco di cellulosa (35-50%)  lignina (15-30%) e silice, che lo rendono rigido ma flessibile e resistente alla trazione, all'attacco di funghi e batteri e all’umidità. Quando le canne vengono raccolte nella stagione invernale, prive di foglie, contengono una percentuale maggiore di tannini che aumenta anche la resistenza contro parassiti e malattie.
 
Le applicazioni più comuni nella bioedilizia contemporanea sono le stratificazioni di copertura e di supporto per gli intonaci e per l’isolamento termoacustico. 
Stuoie e tappetini in canne tenute insieme da filo di ferro zincato o di nylon applicato meccanicamente, chiamate anche “arelle” o cannicciato o cannucciato. Vengono utilizzate come supporto per la realizzazione di strati di intonaco, in particolare in connubio con intonaci interni realizzati in materiali naturali, come argilla, calce o cocciopesto.
 
 

Restauro

Le arelle sono presenti in edifici d’epoca Quattrocentesca o successiva, in zone rurali, dove venivano utilizzate come basi per finte volte e soffitti, che una volta intonacati potevano essere decorati con stucchi o pitture: per questo una delle applicazioni del cannucciato è anche quella del restauro conservativo.