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dimora, famiglia, cultura dell'abitare,
equilibrio perfetto tra
ciò che siamo e ciò che ci circonda

Abitare le case

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Nel corso dell’ultimo secolo si è cercato di rispondere a un’esigenza funzionale, nel costruire le abitazioni, che ha portato a realizzare case uguali e identiche in ogni parte del mondo, dimenticandosi che la casa è una manifestazione dell’anima degli individui e una risposta ai loro bisogni più intimi. 
In un bellissimo articolo di Domus di qualche anno fa, il filosofo Riccardo Paradisi parla proprio della perdita del senso dell’abitare, la cui soluzione andrebbe cercata in un “pensiero capace di sguardo, di ascolto e di cura”. 
 
Ci siamo abituati ad affrontare il tema dell’abitazione attraverso una chiave di lettura esclusivamente economica, dimenticando di interrogarci invece anche su altre questioni, relative alla nostra umanità, all’essenza dell’abitare. E più in particolare a come vorremmo abitare le nostre case.
 
Heidegger nel suo saggio “Costruire abitare pensare” del 1951, in concomitanza con l’avvio del boom economico ed edilizio postbellico, preannunciava che “solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire”:
Per quanto dura e penosa, per quanto grave e pericolosa sia la scarsità di abitazioni l’autentica crisi dell’abitare non consiste nella mancanza di abitazioni. […]La vera crisi dell’abitare consiste nel fatto che i mortali sono sempre in cerca dell’essenza dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare.
 
Heiddeger
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Casa come tana, nido, rifugio

Durante il periodo di permanenza forzata del Covid ci siamo messi in osservazione. E la domanda sull’abitare le nostre case è diventata sempre più rilevante. 
Partendo da questa lettura sulla casa e in generale sull’abitare di Heidegger, chi abita davvero, forse, è colui che all’interno della propria casa è in grado di liberare la sua anima, riscoprendo i legami con quei simboli antichi e trasformando così l’abitazione in una “tana” unica e irripetibile, rifugio accogliente e sicuro
 
E di questo ne sanno qualcosa i bambini, che in quel periodo particolare, hanno di giorno in giorno “costruito tane”, piccole case dentro le loro case. Per sentirsi al sicuro, per poter giocare, parlare, confidarsi. Il lungo periodo di “quarantena”, che ci ha tenuto in casa per molte ore, ha rappresentato un’occasione importante per recuperare questo primitivo rapporto con il nostro nido. 
 
Forse, se ci liberiamo dalle sovrastrutture mentali svincolandoci anche dalle immagini delle case perfette e patinate delle riviste di interni o di instagram, probabilmente riusciremo a “sentire” meglio come stiamo, come vorremmo abitare. Per poter vivere bene nelle nostre case, le nostre “quattro mura”. 
 
Per conoscersi e ricercare degli spazi più veri. E, come progettisti, per cercare di creare degli spazi più a misura dell’uomo.
Ad esempio, nella casa stessa, nella sala di famiglia, un sognatore di rifugi sogna la capanna, il nido, angoli in cui vorrebbe rannicchiarsi come un animale nella sua tana. 
 
G. Bachelard